E' abbastanza comprensibile che, fin dal suo esordio, io abbia dedicato una particolare e direi affettuosa attenzione alle vicende del Perigeo. In questo complesso dal nome collettivo spaziale, un po' misterioso e avveniristico, indovinatissimo, si sono riuniti quattro solisti che per una ragione o per l'altra mi erano e mi sono molto familiari, o quanto meno legati ai ricordi personali di una milizia jazzistica che, mio malgrado, è ormai arrivata al quarto di secolo. Giovanni Tommaso. L'ho incontrato a Firenze nel 1958, quando facevo involontariamente il servizio militare. Un permesso speciale mi consentì di assistere a un concerto del Quintetto di Lucca, che cercava con profitto d'ispirarsi al Modern Jazz Quartet, in quegli anni al centro dell'attenzione di tutti i jazzofili europei. Da allora ho sempre considerato Giovanni come il miglior contrabassista italiano, pur stimandone altri. Claudio Fasoli, poco dopo il 1960, se la memoria non mi inganna, portava assiduamente la sua pelata già lucida e abbondante nella sala dei concerti del Centro d'Arte degli Studenti dell'Università di Padova, dove veniva ad ascoltare Mozart e Beethoven e a discutere con me di jazz, sgomentandomi con la sua conoscenza di dischi e di nomi nuovi dei quali spesso non ero al corrente. Non sapevo che studiava con accanimento assai più il sassofono che i testi di farmacia. Di Franco D'Andrea, il mio preferito tra i pianisti italiani di jazz (e mi dicano pure, gli altri, quel che gli pare: qui voglio parlare da appassionato, non da cronista) credo di essere stato un ammiratore da quando non riusciva a prendere sul serio la facoltà di scienze biologiche dell'Università di Bologna e cercava di arrivare al materialismo attraverso Freud e non attraverso Marx, come di solito succede. Bruno Biriaco. Ho assistito (per caso, non per merito) ad alcuni tra i suoi primi concerti. Era magro, timido, coi capelli corti. Piuttosto diverso da adesso, non c'è dubbio. Ricordo che mi dava del lei. Mi fu agevole pronosticargli una carriera brillante,della quale più tardi ho potuto seguire varie tappe, specialmente all'indimenticabile Jazz Power di Milano. Non conoscevo invece il quinto componente, Tony Sidney, il giovane e pregevole chitarrista americano. Da buon veneto, l'ho adocchiato e soppesato con un'ombra di diffidenza. Poi, sempre da buon veneto, l'ho accettato e ammirato al pari degli altri. Mi sia consentito di citare qualche passo di ciò che ho scritto due anni fa a proposito del primo disco del Perigeo (Azimut). Questo è il terzo, e il secondo (Abbiamo Tutti Un Blues Da Piangere) si è meritato un premio della critica discografica italiana. Abbiamo anche noi, dunque, un complesso di jazz rock che non si limita alla stratificazione dei due linguaggi ma ricerca e trova la sintesi. Bastano poche note per capire che i suoi intenti sono tutt'altro divulgativi: la volontà è quella di esprimere l'urgenza di un mondo musicale in sintonia col tempo, che proprio per questo non sopporta confini o distinzioni di generi. L'orizzonte artistico del Perigeo è frutto di cultura e di attenzione agli sviluppi più recenti del jazz, del rock e della musica in generale. In questo modo si spiega l'assimilazione (che in taluni casi potrebbe essere anche inconsapevole o maturata in spontanea autonomia) di influenze molteplici che riescono a fondersi e a dare vita a uno stile vivo e vitale, nel quale entrano componenti orientali ed elementi di una nuova religiosità. Le personalità dei componenti del Perigeo sono rispettate, ma ciascuna concorre a formare la fisionomia del gruppo, Claudio Fasoli, ad esempio, rimane il Claudio Fasoli che conosciamo, ma egli rinuncia, sceglie liberamente di rinunciare a qualcosa di sè oper inserirsi nel quintetto e dargli vita. Ne esce una musica sottile, insinuante, vagamente ipnotica che sempbra indurre l'ascoltatore a forme di comunicazione e di conoscenza diverse dalle "normali" e che proprio in ciò è attualissima. Che poi si tratti di "vero jazz", di rock, di qualcos'altro, o meglio di tutte queste cose insieme, è un punto che non da oggi considero secondario. Mi importa che il risultato sia convincente, e lo è. Queste affermazioni sono da correggere soltanto nella misura in cui ci sono stati dei mutamenti nello stile del Perigeo, e per adattarle ai lineamenti non comuni di questo disco. E' chiaro che oggi il complesso si è trasformato in direzione di una libertà ancora maggiore. I suoi punti di partenza sono riconoscibili (non sempre, come in Torre Del Lago, dove la matrice jazzistica è totalmente dimenticata) ma grandissima è l'apertura verso istanze musicali e umane che possano diventare fonti di ispirazione o materiali da elaborare in qualunque modo. Nello stesso tempo il senso del collettivo e del complesso come comunità di lavoro si è sviluppato in modo sorprendente e positivo. Lo testimonia proprio questa raccolta, alla quale ciascuno dei solisti ha portato un contributo individuale di compositore, oltre che di esecutore. Il titolo, Genealogia, vuole sottolineare il background personale che si riflette sul fatto musicale e compositivo, con un recupero cauto e discreto (e comunque immerso nella realtà contemporanea) di echi e tradizioni vissute in prima persona. Per questa ragione il meranese Franco D'Andrea ricorda i Monti Pallidi e la vecchia Vienna; Giovanni Tommaso, nato a Lucca da genitori siciliani (si ascolti l'inizio arcano di Genealogia) parla di Torre del Lago, di Via Beato Angelico dove abita e difende l'inappellabile verità favorita dal vino; il veneziano Claudio Fasoli ripercorre i grandi spazi della sua laguna; per il romano-siciliano Bruno Biriaco il futuro, nel bellissimo Polaris, cela nel profondo un cuore antico, mentre Tony Sidney, americano di origini polacche, rievoca nei titoli i richiami (calls) degli schiavi neri d'America, alludendo alle discriminazioni di cui furono vittime gli immigrati polacchi negli Stati Uniti. Dicevo che proprio in questo disco nato in questo modo balza evidente, a conti fatti, un'importante coerenza stilistica, pur nella molteplicità delle motivazioni individuali. E nel momento dell'esecuzione ognuno partecipa della visione poetica e umana dell'autore di turno, vi si innesta e collabora al meglio al buon esito dell'opera. Ciò significa che i cinque componenti del Perigeo hanno concretato un vero gruppo stabile, ben cementato sotto il profilo ideologico e umano, che nel futuro dovrebbe dare frutti sempre migliori.
Franco Fayenz dalle note di copertina.